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La marchesa di Acquachiara

Da quel momento, croste, quadri, mobili di  nessun valore acquistarono paternità e lustro. «Questo ritratto di gentiluomo faceva parte degli antenati del  casato Acquachiara; questo mobile è un cimelio di ciò che rimane degli arredi degli Acquachiara; questo trittico e questi candelabri provengono dalla cappella privata degli Acquachiara.» E le cifre sugli assegni si caricavano di zeri. Se mai qualcuno avesse avanzato dubbi sull’autenticità e sulla prove nienza, si mandava un autista dalla marchesa, che lamentandosi di avere pochissimo tempo perché impegnata, accettava l’invito per amore di giustizia.

Entrava retta dal braccio del vecchio autista, sul volto una veletta scura. Stendeva una mano magra e ingioiellata. Dopo il baciamano, veniva accompagnata davanti a quegli oggetti, di cui per malasorte aveva dovuto disfarsi e che ora erano là, a ricordarle gli anni della sua infanzia e dell’agiatezza. Lacrime rigavano il suo volto, che asciugava fra sommessi singhiozzi.
Senza aver pronunciato parola, aveva dissipato qualsiasi odore di dubbio. Gli acquirenti firmavano commossi i loro assegni. Quelle lacrime sancivano affari anche difficili. Qualcuno chiedeva la firma di autenticazione della marchesa, da poter esibire  poi agli amici invidiosi e la marchesa con gesto generoso stendeva la sua chilometrica firma.

In centinaia di ritratti riconosceva i suoi zii, sua madre, se stessa in una miriade di pose, come se tutta la sua infanzia fosse
trascorsa davanti ai pittori. Gioielli, vestiti, cristalli, tappeti, mobili, persino carrozze e automobili erano usciti in quantità da casa Acquachiara… Al limite, alla sua età, poteva pure scappare qualche errore:  era impossibile ricordare proprio tutto di quella immensa dimora… «Antiquari, critici, organizzatori d’aste, collezionisti! Volete dare certa paternità ad un pezzo antico, per piazzarlo nelle aste nazionali e internazionali? Siete ancora in tempo; la nobile firma della marchesa rimane ancora
disponibile!»

I Racconti di Carlo Puleo

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