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La marchesa di Acquachiara

Agli Acquachiara non era rimasto nulla dell’immenso patrimonio, gli ultimi rimasugli se li erano sbranati gli avvocati che da
oltre mezzo secolo portavano avanti cause su terreni e proprietà in possesso di ecclesiastici. La marchesa abitava un’ala di un palazzo cadente che portava ancora i fregi dell’antico casato. I nuovi proprietari, in attesa che qualche pezzo grosso politico spingesse la pratica di un ambizioso progetto per costruirvi un palazzone, consentivano alla marchesa di abitarvi e ciò procurava ai nuovi padroni un alibi di gente caritatevole.

La marchesa era sopravvissuta negli ultimi tempi industriandosi nella vendita di cianfrusaglie, procurandosele al mercato
delle pulci o da qual che rigattiere. Ella poi, con aria commossa, come di chi si priva a malincuore di cose tenute care per lungo tempo, le rivendeva ai patiti di anticaglie, che restavano commossi ma soddisfatti, sicuri di aver acquistato a prezzi  convenientissimi quei cimeli carichi di storia. Ad un commendatore che desiderava arricchire la sua villa di pezzi che
odorassero di nobiltà vendette una raccolta di ceramiche imbottite di storie incredibili: uno zio della marchesa, grande viaggiatore, in Cina aveva conosciuto una principessa che, invaghitasi del nobile siculo, lo aveva caricato di doni, fra cui quelle preziose cineserie.

Ma i suoi affari migliori li faceva vendendo vecchie foto che trovava dovunque per pochi spiccioli solleticando la vanità dei
nuovi ricchi, desiderosi di farsi un albero genealogico, da mostrare a conoscenti invidiosi. Ma occorrevano antenati che nel secolo scorso già contassero.

La marchesa era disponibile per ogni fantasiosa necessità, anche per le evenienze più bizzarre e imprevedibili. Così le foto
di dame ingioiellate, cavalieri pettoruti, vecchi baffuti, fanciulli imbambolati, cacciatori fieri dei loro trofei, gene rali, marescialli carichi di medaglie, andavano ad assemblarsi secondo i capricci e le necessità dei nuovi parenti. Spesso in quest’opera sì richiedeva l’esperienza della marchesa.

Dopo averle fatto giurare che mai avrebbe rivelato tali gelosi segreti, le veniva data carta bianca. Lei si sbizzarriva negli accoppiamenti più surreali. Tanto che, se i personaggi di quelle foto fossero stati in vita, l’avrebbero strozzata. Per finire, completava l’opera scrivendo i nomi degli antenati con la sua elegante e sciolta calligrafia. La marchesa si calava con tale trasporto in queste imprese, alla fine si sdraiava su di un sofà percorsa da forti tremolii, come in preda a un travolgente orgasmo. Ma negli ultimi tempi, con il boom edilizio e il denaro facile, era esplosa la mania dell’antico. Commercianti e antiquari fiutarono la miniera d’oro che si celava nella marchesa. In cambio di consistenti percentuali, la convinsero a collaborare con loro e ad occuparsi ufficialmente di iniziative benefiche. Continua…

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