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Le memorie dell’ultimo Playboy… di solito si iniziava con il liscio per dare spazio anche a coppie attempate.

Marco, seduto sotto il nespolo, si godeva la frescura dopo una giornata di caldo afoso. Alzò gli occhi a scrutare l’alone giallastro che circondava la luna e parlando a se stesso si disse: “anche domani il caldo ci frusterà.”

Fece una doccia, dirigendo il fresco getto dritto in fronte, come se ciò potesse cancellare anche i grigi pensieri che affollavano la sua mente.
Si asciugò con gesti meccanici ed iniziò a vestirsi senza badare a ciò
che metteva addosso. Decise di uscire domandandosi dove avrebbe potuto passare la serata: in paese, dopo le 20:00 se ne stanno tutti appiccicati davanti al televisore e da quell’ora per strada girano solo i cani randagi.

L’unico posto dove andare era il villaggio vacanze, anche perché in quel periodo c’era sempre il pienone di turisti francesi. Entrato nella hall il portiere di notte lo salutò: “Signor Marco, che piacere rivederla: dove si è nascosto in questi ultimi tempi?”
“In America”.
“Beato lei che può permettersi di girare il mondo. Io invece sono sempre inchiodato a questo banco”.

Dopo le battute col portiere, si diresse verso il viale che conduce
all’anfiteatro dove si tengono gli spettacoli di intrattenimento.

L’odore del rosmarino che fiancheggiava il viale lo inebriò. Dal vocio che arrivava intuì quale skeck era in scena in quel momento: da oltre 40 anni il repertorio non era mai cambiato. Salì le scale verso la terrazza per osservare senza esser notato. Era una serata splendida.

Il suo sguardo competente valutò che c’erano tante anime in cerca di consolazione. Al bancone del bar la solita ressa: volti luccicanti di molti strati di creme onoravano Bacco. Terminato lo spettacolo gli animatori
annunciarono che si dava il via alle danze. Numerose coppie smaniose di svago si diressero verso la pista. Di solito si iniziava con il liscio per dare spazio anche a coppie attempate.

Dopo cinque pezzi si cambiava musica, la pista si riempiva di giovani stracarichi di energia. Come per incanto Marco, nel suo appartato osservatorio, si sentì leggero, una piuma svolazzante che si aggirava fra i tavoli. Le ragazze sembravano quelle di sempre: Denise, Beatrix, Véronique, Monique, Angèle, Chantal, Anne, Françoise. Sorridenti lo invitavano. Marco si passò più volte le mani sul volto.

Tornato in sé, scese le scale, girò attorno allo spiazzale evitando così di farsi vedere dal personale del bar: se i camerieri lo avessero visto, lo avrebbero assillato di domande. Erano passati tre anni dall’ultima volta che era stato al villaggio. Aveva abbandonato il campo. “Finite le vacche grasse, le magre
è meglio lasciarle al pascolo.”

Ormai il playboy era diventato una macchietta, una figura patetica, che non poche ragazze di ora irridevano. Prese posto sui gradini all’estremo bordo della gradinata, accanto ad un gruppo di austriaci che fra un sorso e l’altra di vino raccontavano grasse barzellette. In un angolo semibuio due ragazze
sedute ad un tavolo si guardavano intorno con aria annoiata.

Le risate degli austriaci non le digerivano. Incuriosito, Marco si mise a fissarle. Una era la classica francesina dal volto paffutello con due graziose fossette sulle guance. L’altra, bruna con i capelli lisci, portava un paio di occhiali dalla montatura stravagante che le davano un’aria da maestrina.
Era chiaro che in quell’ambiente si sentivano sprecate. La prima vestiva uno scamiciato bianco che faceva risaltare la sua pelle, mentre l’altra vestiva un completino che la faceva assomigliare ad una bambola degli anni trenta.

Nello studiarle inconsciamente egli le inseriva nel suo grande casellario che si era costruito nel corso di quasi vent’anni di carriera. “E queste dove potrei inserirle?” si domandò.

Forse fra le bambolone estroverse, giocherellone, che ti fanno sudare cento camicie e poi al momento clou tirano fuori loro problemi? Non certo fra le ‘intellettualesse’ che stanno sempre appoggiate al bancone del bar e ti parlano per ore di archeologia e di architettura.

E poi nel più bello ti piantano perché cascano dal sonno. O tra le sportive, tutte tennis e vela, che non trovano un attimo libero. Sempre in gonnellino e fascia in testa. Il loro obiettivo è vincere le patacche che gli animatori preparano per i vari tornei. E loro le esibiscono come se si trattasse di medaglie olimpioniche. Queste te le fai solo se le batti nei loro sport.
Neanche fra le borghesuccie che si credono sempre a delle sfilate
di alta moda e mettono in bella mostra i vestiti griffati.

Neanche fra le pazzerellone sguaiate che ti fanno perdere quel poco di contegno che cerchi di ostentare. Forse andrebbero incasellate fra le ibride. Sono le più difficili e credo che vadano inserite fra queste ultime. Marco era attratto dal volto della brunetta. Qualcosa di lei lo incuriosiva. Il suo sguardo si insinuava nella sua memoria. Decise di abbozzare un approccio.

Convenne che erano preda difficile per il suo arco. Ma proprio il
timore di un fiasco lo spinse a tentare. In quel momento le ragazze
si diressero verso la pista. Il DJ si sbizzarriva nel proporre una serie di shake violenti. Marco si alzò e si avviò anche lui, così, tanto per osservare.
Ma senza accorgersene si trovò in mezzo ai ballerini. Terminato lo shake le ragazze fecero ritorno al tavolo.

Marco le seguì e con una scusa: “Siete parigine?”
“Si ma abitiamo nella grande banlieue.”
“Mi chiamo Marco, vi posso offrire una bibita fresca?” “Grazie,
molto gentile. Dopo il ballo ci vuole”.

Fece arrivare tre aranciate con le cannucce. Le ragazze iniziarono con una battuta: “Sei simpatico, ma hai l’aria di un traguer”. La brunetta terminò la frase ridendo. “Beh! lo sono stato, ma non spaventatevi ormai sono in disarmo.”

Hélène esordì con una frase provocatoria: “Ma dove sono finiti i giovanotti siciliani tutto fuoco? I grandi conquistatori dei cuori delle francesi?”

Marco schivò la steccata e sorridendo rispose. “Beh, credo che siate arrivate in Sicilia con un ventennio di ritardo. Ormai le ragazze siciliane si sono fatte furbe… I giovanotti non hanno alcun motivo di venire a consolare le francesine al villaggio.”

“E tu?” chiese Irene, la brunetta.
“Io sono l’ultimo superstite. Un play boy in quiescenza”. E sorridendo si lisciò i baffetti. “Sentite ho un’idea, vi voglio invitare a prendere un bel gelato a Bagheria, dove lo fanno in cento diversi gusti.”

Le ragazze accettarono con entusiasmo, si alzarono e si diressero
verso il parcheggio. La proposta di un bel gelato era sempre stata,
per Marco, la sua carta vincente. Mai nessuna si era rifiutata a tale invito.
Trovarono la gelateria affollata d a giovani coppiette. Presero posto ad un tavolo al margine dello spiazzale. Quando arrivò il cameriere con la lista dei gelati, Marco si esibì a grande conoscitore del gelato, decantandone le qualità tipiche locali. Alla fine decisero di ordinare un gelato dai diversi gusti.

I complimenti furono tanti, le ragazze ripetevano che mai si erano
sognate di trovare in Sicilia del gelato così buono. Poi, Marco sfoderò il suo grande repertorio di barzellette e storielle sui siciliani e sui francesi, lungamente collaudati.

A quel punto Irene disse: “Mia mamma negli anni ‘70 è stata in vacanza in un villaggio che si chiamava Zagarella. Mi ha raccontato che è stata la più bella vacanza della sua vita. E lì ha conosciuto un ragazzo meraviglioso, che non ha più dimenticato.” Marco, l’ascoltava incuriosito.

“Tua mamma è venuta allo Zagarella negli anni ‘70? Come si chiama la tua mamma?” “Si chiama Laure, ecco, ho qui con me la sua foto”. Irene cominciò a rovistare nella borsetta, tirò fuori un fodero, ne estrasse alcune foto e le porse a Marco. Lui osservò la ragazza e le foto massaggiandosi di continuo la fronte. Poi si alzò di scatto e abbracciò la ragazza. “Ecco, ecco, perché il tuo volto non mi è nuovo? E’ tutta la sera che mi chiedo a chi somigliassi! Io sono certo di aver conosciuto tua mamma e tu ne sei la copia perfetta. E sono anche sicuro che il ragazzo di cui parla tua madre sono
proprio io. Allora lei mi diede il suo indirizzo, che poi ho smarrito.
E tuo padre? Non hai con te una foto di tuo padre?” La ragazza arrossì e come se inciampasse nelle parole. “Mio padre non l’ho mai conosciuto.
Mia mamma mi ha cresciuta da sola.

Carlo Puleo

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