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Una indimenticabile estate a Pantelleria

Per una settimana Lino si era dedicato a ripulire e sistemare le tre
stanzette più servizi. I locali erano arredati senza alcuna coerenza stilistica, di sicuro i mobili erano stati rastrellati presso i rigattieri di Palermo. Il dammuso godeva di uno splendido ed ampio cortile, con barbecue e vista a ventaglio sul mare.

Lino si era portato solo il necessario, oltre una valigia di libri, che aveva disposto su alcune mensole. Durante quei giorni raramente era andato in paese, anche se distava non più di ottocento metri. Passava le serate a leggere e a osservare il cielo che mai aveva visto così nitido e splendente…

Quella sera se ne stette a casa perché tirava un fastidioso vento di scirocco. Si sdraiò sul divano con le mani dietro la testa a fissare il soffitto a cupola e si domandava se la decisione di trasferirsi a Pantelleria fosse stata sensata.
E pensare che proprio lui aveva sempre criticato quelli che lasciavano la città per rifugiarsi in campagna.

A quella scelta era giunto dopo il fallimento dell’impresa in cui aveva lavorato per quindici anni come contabile. L’ultimo anno era stato messo in mobilità e a tutto ciò si era aggiunta la rottura della convivenza con Elisabetta.

Alfonso, un suo vecchio amico, vedendolo giù di corda, gli aveva proposto di trascorrere una settimana con lui a Pantelleria, dove possedeva un dammuso. Lino era rimasto affascinato dal luogo, al punto da chiedere se quel locale potesse essergli ceduto in affitto per tutta l’estate. Per spostarsi nell’isola aveva trovato nel dammuso una bici, una di quelle da montagna, che era la passione di Alfonso.

Quando non tirava vento se ne andava in giro per i campi. I panteschi non mostravano alcuna curiosità nei suoi confronti: Lino li salutava e loro rispondeva con un lieve cenno del capo. Alfonso gli aveva detto che se un pantesco ti regala dei capperi significa che vuole allacciare amicizia.
Allora bisogna mostrare tutta la gratitudine con strette di mano e
abbracci, come se ti avessero donato dei diamanti. I panteschi giudicano i non isolani degli sciuponi in genere, ma soprattutto riguardo l’acqua, cosa assolutamente preziosa per loro e che vedono sprecare in modo per loro quasi offensivo.

Grazie al suo girare per l’isola, aveva riscoperto la funzione dell’olfatto e dell’udito: adesso percepiva anche i minimi fruscii e gli odori più tenui. Ciò che più lo meravigliava era constatare come gli abitanti dell’isola avessero piegato la natura alle loro esigenze. Gli ulivi crescevano raso terra legati a grosse pietre, così anche le viti; gli alberi da frutta erano piantati dentro alte
mura a cerchio per essere riparati dal vento salato, un ingegnoso sistema raccoglieva le acque piovane dai tetti a cupola.

Ogni centimetro del territorio era stato plasmato dal sudore dell’uomo.
Un giorno, di ritorno dal suo girovagare, Lino notò un camioncino
dei traslochi parcheggiato accanto al suo dammuso.

Erano arrivati i proprietari dell’abitazione vicina. Entrò in casa e mentre
era intento a prepararsi il pranzo sentì il rimbombare di un pallone
che sbatteva sul muretto di confine. Si affacciò e notò un bambino di
circa sette anni che calciava. Rientrò, chiuse la porta e disse fra sé:
”Addio quiete”. Di solito, dopo pranzo, aveva preso l’abitudine di fare una breve pennichella, ma quella volta preferì andare in paese. Quando rientrò
notò una donna anziana seduta davanti l’uscio. Questa, appena lo vide si avvicinò al muretto di confine e, dopo averlo salutato, gli chiese se c’era anche don Alfonso. Egli rispose che lui era affittuario e viveva da solo. Il ragazzino continuava a calciare.

A quel punto uscì una ragazza e invitò a rientrare perché la cena era
pronta. Quando si accorse di Lino lo salutò e si scusò di avere interrotto
la conversazione con la signora. La mattina dopo Lino si alzò più tardi. Mentre si preparava la colazione, sentì le donne gridare, si affacciò e vide che il ragazzino era salito sui tetti, sicuramente attraverso un muro che poggiava al dammuso. Le donne lo supplicavano di scendere. A quel punto la ragazza, con voce piagnucolante, supplicò Lino di aiutarla, timorosa che il bambino decidesse di saltare giù.

Egli fece cenno alle donne di tacere, poi si inerpicò sul tetto, si avvicinò al piccolo che cercava di sfuggire alla presa, ma lui riuscì ad afferrarlo per le braccia e a porgerlo alla ragazza che stava ad attendere con le mani alzate. Le donne non finivano di ringraziare, scusandosi per il fastidio arrecato.
Dopo qualche giorno, Lino, di ritorno dal paese, dove aveva cenato, notò la ragazza seduta sul muretto di confine.

Lei lo salutò e porgendogli la mano si presentò: “Mi chiamo Silvana. Mi dispiace tanto per il disturbo dell’altro giorno, purtroppo Tonino in questi ultimi tempi è molto irrequieto perché gli manca l’affetto dei genitori, che si sono divisi alcuni mesi fa. Poveretta, la nonna non sta molto bene. Tre mesi fa è stata colpita da un’ischemia e solo pian piano si sta riprendendo.

Il figlio della signora avrebbe dovuto venire anche lei in vacanza, ma è stato trattenuto da impegni di lavoro.” Mentre raccontava, Silvana rivolgeva gli occhi verso il mare, poi, come se avesse trovato coraggio, si girò dalla parte di Lino e lei poté notare il suo sguardo magnetico. Lei, accortasi del suo turbamento, abbassò ancora lo sguardo e riprese a parlare. “La sera non so che fare. Il ragazzino, dopo una giornata di correre e giocare, è sfinito e crolla. Anche la signora, subito dopo cena, si mette a letto. Mi farebbe la cortesia di prestarmi qualche libro?

Ho visto che lei ama la lettura.” Lino rispose: “E’ la mia passione. Che genere preferisce? – chiese –. Se vuole, può sceglierlo lei stessa.”
Le porse la mano e la aiuto a scavalcare il basso muretto, aprì la
porta e aggiunse: “Scusi il disordine di un uomo che vive solo.

Ecco, là ci sono i libri.” Lei si accostò alla mensola e alzandosi sulle punte dei piedi passò in rassegna i volumi. Lino, osservandola dietro le sue spalle, poté osservarne il corpo, che era ben modellato , e la massa di capelli lunghi ondulati che mandavano riflessi color rame.

Silvana estrasse due volumi: “Il ponte dell’ammiragli o” di Lucio Zinna e “Gli zii di Sicilia” di Leonardo Sciascia e girandosi disse: “Per adesso prendo questi.” Lino la invitò a sedersi e, aprendo una lattina, le porse un bicchiere
di aranciata, mentre lei continuava a evitare lo sguardo insistente di lui, leggendo nel frattempo le quarte di copertina. Era cosciente del magnetismo che emanavano i suoi occhi, lo aveva scoperto fin da ragazzina. Poi, come se si fosse liberata da un impaccio, disse: “Io non sono un a badante professionista, ma ho dovuto adeguarmi. Oltre alla signora devo badare al ragazzino, che mi impegna tanto.”

Si alzò e, cambiando improvvisamente tono: “Ti ho fatto perdere tempo, forse devi ancora cenare.” “Ho già cenato in paese” rispose lui. A quel punto lei si alzò e si avviò verso la porta, lui la seguì e l’accompagnò fino al muretto. Tornato in casa, Lino si rese conto di essersi comportato come un ragazzino, per non aver dato alcun seguito al “tu” che la ragazza
gli aveva confidenzialmente rivolto. La mattina dopo si svegliò con il rumore delle pallonate di Tonino e quando uscì di casa salutò il ragazzino e gli disse: “Tonino, io ho fatto il portiere in una grande squadra.”
Tonino lo fissò sorridendo e mise in mostra la finestrella di un
dente mancante. Poi Lino aggiunse: “Mi metto in porta, vediamo
se riesci a farmi gol”. Mise due pietre a mo’ di porta e si piazzò
in centro. Tonino prese la rincorsa e calciò.

Lino finse di non pararlo e il ragazzino esultò di gioia. In quel momento uscirono le due donne e lo trovarono nelle vesti di portiere, mentre il ragazzino continuava a calciare e guardò con fierezza la nonna.
Dopo qualche sera Lino, rincasando, notò Silvana seduta dietro il solito muretto, con i libri in mano: “Li ho bevuti come due bicchieri d’acqua”. Lui la invitò a scegliere altri volumi.

Lei si diresse verso la mensola e rimise i libri al loro posto. Si spostò dove erano i libri di poesia, mentre Lino la osservava cercando di intuire quali fossero i suoi interessi. Scelse un volume di Salvatore Quasimodo e uno di Ignazio Buttitta. Poi lei, girandosi con i libri in mano, precisò che amava i libri degli autori siciliani. Lino sentì dentro di sé un impulso irresistibile,
si avvicinò alla ragazza, l’abbracciò e la baciò.

Lei, per nulla sorpresa, rispose al bacio. Poi Lino la invitò a sedersi e stappò una delle bottiglie di passito che aveva comprato da un contadino. Nessuno dei due accennava a ciò che era successo, come se non fosse accaduto a loro. Lei, guardando le copertine dei libri, raccontò: “Provengo da un paesino a pochi chilometri da Caltanissetta, ho scelto questo lavoro per fuggire da una realtà che mi opprimeva.

Ero fidanzata con un uomo che mi vietava anche di respirare, se mi ribellavo mi minacciava e una volta mi ha pure schiaffeggiato in pubblico. In seguito ho saputo che frequentava gente malfamata e che era dedito alle droghe, così ho deciso di lasciarlo. I miei genitori sono tradizionalisti e non volevano che io rompessi il fidanzamento anche per timore che lui potesse rapirmi o diffamarmi. Un giorno, a seguito di un’ inserzione su un giornale, mi sono presentata e sono stata assunta da questa famiglia come badante,
ma vivo sempre con il timore che il mio ex fidanzato mi venga a cercare. Voglio liberarmi da quest’incubo.

Spero entro un anno di lasciare questo lavoro e trasferirmi al nord o addirittura all’estero.” Lino la ascoltava senza interromperla e le prese la mano. Mentre lei narrava, egli aveva l’impressione di conoscere quella storia, per avergliela come letta nel volto. Lei si alzò dicendo: “Spero di non averti annoiato con le mie chiacchiere” e fece per avviarsi verso la porta. Al suo esitare lui l’abbracciò e lei lo strinse a sé.

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