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L’oro della conca d’oro

guardiano-acquaIn passato la grande piana era piuttosto brulla, tranne alcune piccole oasi dove c’erano delle sorgenti. Fra i primi a cercare l’acqua con razionalità furono gli arabi. Imbrigliarono le acque del fiume Oreto e del Kemonia, scavarono pozzi e cunicoli di scolo e grazie alla loro ingegnosa tecnica delle senie, estraevano l’acqua accumulandola nelle gebbie (vasche) per averne un flusso continuo.

Le senie rimasero in funzione fino a tutto il XIX secolo, con alcune innovazioni. Nel XIV secolo venne edificato l’acquedotto Santelia, per utilizzare l’acqua del fiume Eleuterio. Il manufatto permise di irrigare un vasto territorio fra Ficarazzi e Bagheria.

A metà del XIX secolo si cominciò a piantumare limoni, che nella zona trovarono un ambiente particolarmente favorevole, con un prodotto d’eccellenza esportato anche all’estero. Con l’avvento delle pompe a gas e a vapore, i pozzi diventarono miniere d’oro. I proprietari dei pozzi ne ricavarono grossi profitti e anche potere. Si piantumarono limoneti in vaste zone rialzate perché con le pompe si poteva spingere l’acqua sempre più in alto. Ma l’acqua non era mai sufficiente. Così negli anni
’50-’60 si scavarono nuovi pozzi. Alcuni personaggi, che considero emblematici, spinti dalla frenesia di possedere pozzi, si tuffarono alla ricerca di luoghi dove trivellare, non tenendo conto di nessun equilibrio geologico. Uno trivellò in una zona ritenuta non adatta, nel pendio di un’alta collina. A circa 25 metri di profondità, intercettò una piccola vena d’acqua.

Non contento, proseguì a trivellare e, a 60 metri circa, centrò una grande falda. Ancora più grande fu la sua gioia quando l’acqua venne analizzata.  Risultò infatti ottima e contadini proprietari di limoneti festeggiarono l’evento. Finalmente avrebbero avuto l’acqua nel momento della ruspigghiata (risveglio). Ma dopo avere irrigato, alcune piante seccarono. Si scopri così che quando il pozzo veniva sfruttato
intensamente, si infiltrava anche acqua salmastra.

Quando i contadini si rifiutarono di comprare quell’acqua, il proprietario del pozzo non si arrese e disse: “La mia acqua non la volete? Ma io ve la farò bere!” Il personaggio, infatti, tramite suoi agganci politici, riuscì a far immettere la sua acqua salmastra nella rete idrica della città. Sfruttando il bisogno che si era
venuto a creare in città a seguito dell’espansione edilizia, anche se a malincuore, quell’acqua venne accettata. Il risultato fu che, dopo alcuni anni, le tubature si corrosero, si incrostarono ed intasarono. Per
non parlare degli elettrodomestici. In più la gente fu costretta a bere acqua minerale… Fra i personaggi che si sono distinti fra gli scavatori di pozzi, uno andò oltre i limiti della ragione.

Questo personaggio ingaggiò un rabdomante e con questo si diede alla perlustrazione del territorio, anche
là dove nessuno si era mai sognato di cercare. Il rabdomante lo condusse in cima ad una collina. Lassù venne colto da forti brividi per il sentore di una grande falda acquifera. La sua bacchetta cominciò a ondeggiare, quasi volesse sfuggirgli di mano. Fece un segno in terra e con voce tremante disse: “A circa 25 metri di profondità c’è tanta acqua da poter irrigare tutta la piana del territorio.”

Il committente, a quella frase, andò in delirio: già si vedeva padrone del pozzo, da dove sgorgava oro. Data la posizione, che i mezzi meccanici potevano difficilmente raggiungere, iniziò a scavare con mezzi tradizionali nella viva roccia. Quando iniziarono i lavori, una processione di curiosi cominciò a visitare il posto e a burlarsi dell’ardita iniziativa di scavare proprio in cima al monte.

I lavori si protrassero per oltre un anno. Si superarono i 40 metri di profondità, ma di acqua nessuna traccia. Di tanto in tanto qualche buontempone si inventava di aver visto un fiume scorrere dalla montagna e ci si rideva con gusto. Ad un certo punto il  pozzo venne abbandonato, ma il nostro  personaggio non si diede per vinto e collezionò altri fallimenti. A quel punto decise di cambiare
rabdomante. Ne importò uno dalla Puglia, di grande fama.

Questi, veterano di tanti successi, gli assicurò di non aver mai sgarrato un colpo. Quella volta spostarono le ricerche sul pendio di un monte vicino la costa. Il Mago dell’acqua, dopo una mezza giornata di girovagare, piantò un bastone per terra e disse: “Io sono disposto a giocarmi la testa! A 40 metri di profondità c’è una falda d’acqua  immensa.” E infatti, alla profondità prevista, venne fuori un mare
d’acqua, di mare… Addirittura ci fu qualcuno che si inventò che, insieme all’acqua, dal pozzo venissero fuori anche sardine.

Con quell’ennesima delusione, il nostro personaggio pose fine al suo sogno e con lui si chiuse  un capitolo dell’epopea degli scavatori di pozzi. Nel frattempo, anche grazie alle politiche dissennate ed alle frodi, arrivò la crisi del limone e il suo deprezzamento.

Ciò  portò nel tempo i contadini ad abbandonare i limoneti. Oggi di acqua per irrigare ce n’è in abbondanza, specialmente con la conduttura dell’invaso di Rosamarina. Nei tempi andati, a gestire le
acque erano i guardiani dell’acqua, personaggi assai singolari. Uno di questi, che considero emblematico, guardiano dell’acqua e intermediario delle acque irrigue tra i proprietari dei pozzi e i piccoli coltivatori, ve lo voglio presentare..

Durante i mesi estivi, il guardiano dell’acqua diventava potentissimo, poco meno che il padreterno… Infatti, la produzione dei verdelli dipendeva da lui. Tra maggio e agosto si appropriava di una parte della piazza più importante del paese, eleggendola a ufficio privato.

S ‘imponeva al centro di una ruota di uomini, tutti dall’espressione paziente e remissiva, in attesa che venisse loro assegnata la “zappa d’acqua”. Il guardiano, un tipo corpulento, dal volto legnoso e inespressivo, portava un berretto calcato sulla fronte.

Di tanto in tanto bisbigliava un nome, prendeva appunti su un quaderno bisunto dalla co pertina nera. Nome e soprannome, il giorno e l’ora in cui il contadino avrebbe usufruito dell’acqua. Fra un appunto e l’altro, con gesti lentissimi, si frugava nelle tasche alla ricerca delle sigarette. Ne tirava una, la batteva leggermente sul pacchetto e la portava all’estremo lato delle labbra. Ritornava a frugarsi, mentre i contadini facevano a gara ad apprestargli il fiammifero acceso. Lui accendeva e con aria di sufficienza sparava boccate in faccia ai presenti. In uno di quei pomeriggi, dei rumori, come brontolii in lontananza, attrassero la curiosità dei presenti: «Tuona?» chiese un contadino, con espressione incredula. Era
impensabile che a fine luglio potesse piovere.

I limoneti erano a secco, era già tempo della «ruspigghiata». Dal lato mare cominciarono ad arrivare nuvoloni nerissimi. Lievi soffi di vento fresco diffondevano sentore d’acqua. In pochi minuti il cielo fu percorso da saette, seguite da scoppi fragorosi. Arrivarono i primi goccioloni. Un attimo di incertezza e alla spicciolata i contadini corsero a ripararsi sotto un androne.

Il guardiano, sbalordito, si guardava intorno, come un generale che si senta abbandonato dai suoi uomini  davanti al nemico. Stizzito, con le vene del collo gonfie, lanciava imprecazioni contro il cielo. Sapeva che se quella pioggia fosse caduta per qualche ora, la sua stagione si sarebbe conclusa lì. E con quell’acqua si sarebbe sciolto anche il suo potere. Tutto inzuppato girava intorno alla piazza come un toro nell’arena.
Poi corse anche lui a ripararsi nell’androne, mentre l’acqua scendeva a fiumi.

I contadini incitavano il temporale, come se fosse un cavallo in corsa avviato al traguardo, mentre i lampi ed i tuoni erano il coronamento della festa. Il guardiano osservava tutta quell’acqua che allagava la strada e si mordeva le labbra. Poi con scatti felini estrasse le sigarette e a colpo sicuro ne portò una alle labbra.
Tornò a frugarsi in cerca dell’accendino, che non trovò, ma questa volta nessuno si curò di farlo accendere.

La «ruspigghiata» dei limoneti si fa verso la fine di luglio; si lasciano le piante a secco, fino a che si accartocciano le foglie. Dopo un’abbondante concimata, si dà la «vicenna» ossia acqua in abbon danza. Ciò provoca una seconda primavera. La zagara che sboccerà sarà il verdello della prossima estate.

Carlo Puleo

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