Bagheria: la città degli invisibili.

La tragedia di un omicidio tra le mure domestiche è una condanna senza appello. Facile sarebbe dire: “te l’avevo detto!” Abbiamo giocato troppo sulla pelle di questi ragazzi.

La cronaca di oggi è una cronaca tragica.

Il fallimento sociale di una città che non si accorge del disagio del suo vicino, del prossimo di cui si parla in quel Vangelo, di cui tanti di noi si dicono conoscitori nei templi, ma di cui non si incarnano i valori nella pratica: l’indifferenza e l’ignavia sono peccati.

Una distrazione della quale si è profondamente colpevoli tutti, anche coloro che denunciano questi disagi, significa che non hanno fatto abbastanza, che non hanno gridato più forte, che non sono riusciti a farsi ascoltare.
Nel totale marasma di quel che ormai è il mondo virtuale dei social, qualcuno lamentava un’altro femminicidio. Questo è il polso della cultura nata sul web, quando non si capisce nemmeno il fenomeno di cui si blatera.

Non sappiamo come si siano svolti i fatti, non ha forse alcuna importanza. Quanto scalpore fa l’omicidio di un genitore da parte del figlio. Denota una stortura, in qualunque modo e per qualunque motivo, quella ragazza di 17 anni abbia stretto le mani al collo di sua madre al culmine di un litigio, o di una vita di litigi, per soffocarle la vita in petto, per non sentirne più la voce, per essere libera di essere schiava, in questo mondo di conformati malati di vuoto.
Questo vuoto va riempito, e ognuno di noi ha una responsabilità, quando si è girato dall’altra parte, quando ha tollerato, quando ha fatto finta di niente per amor di pace, quando si è stretto le spalle e ha pensato che non fosse un suo problema.

Non c’è da resistere con il sorriso ebete di chi pensa di essere più furbo, c’è da attaccare a morsi tutte queste realtà che portano Bagheria ad essere polo, si ma del degrado.
Un vasto territorio, un gran numero di abitanti, dove ancora, per fortuna, un evento del genere scuote le fondamenta, anche se non ha scosso le coscienze per tempo. Va rimodulato tutto l’approccio inclusivo. Forse va proprio cominciato da zero, in realtà.
Questi giovani figli di Bagheria, non possono essere lasciati soli, non si può rifuggire ideologicamente l’intervento, perché pretestuosamente, nella narrazione, lo si taccia di contenere istanze repressive. Che sia inclusivo, allora, ma che non si parta da lontano e non lo si porti avanti per facciata, perché, sempre gli stessi conoscitori profondi del Vangelo, non siano sepolcri imbiancati. Servono semi da piantare nell’orto di Bagheria da coltivare insieme ai giovani disagiati, le cui grida di aiuto rimangono inascoltate.
Quand’anche, la donna morta per mano della giovane figlia, fosse stato uno di quegli orchi autore di chissà che vessazioni, l’epilogo è comunque colpa dell’indifferenza di tutti.

Non si può più fare finta di niente!!!
Basta!!!!


Ignazio Soresi


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Il Settimanale di Bagheria

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