Il vecchio e Lilì Marleen… la mafia è la Sicilia, è l’aria che respiriamo, la mafia non è la peste…

Febbraio 2020, il Maestrale flagella il litorale, il sole non riscalda, troppa brezza, due passi sul Chiano deserto, le barche quasi sulla strada, tempi tristi, la pandemia sembra in fase calante ma la speranza che tutto finisca è presto svanita, arrivano altre notizie angoscianti che fanno tremare, una nuova guerra incombe sull’Europa, l’Ucraina e la Russia si fronteggiano e il mondo è lì con la
diplomazia che tenta di farli ragionare, riflettere, non bastano i nostri problemi, grandi e piccoli, economici, salute, degrado, pure la
guerra! Lascio Aspra abbagliata dal sole e bagnata dalle alte onde, percorro il Rettifilo e sfioro Bagheria col suo traffico disordinato,
senza regole, Villa Cattolica bella, accanto dormono il sonno eterno il pastificio Coffaro e le arrugginite guglie della fabbrica della “quacina” dei Notaro, cattedrali mute innestate in un panorama paradisiaco.

Mi fermo al Relax di Ficarazzi, una panchina con uno spicchio di sole che illumina la faccia bruciata dal sole, piena di rughe di un anziano mio paesano; rispetto la distanza e mi ci seggo accanto, la coppola nasconde gli scuri capelli, le sue mani gesticolano, retaggio arabo, la sua parlata è lenta ma chiara e parte da lontano, quasi non capisco di cosa parla:-“…i tedeschi erano accampati alle scuole elementari, vuote di bambini e quaderni, le aule erano diventate le loro camerate, gli ufficiali dormivano al Castello, vicino alla Chiesa; nel mese di gennaio, appena c’era un poco di sole scendevano da via Mare e arrivati alla Crocicchia tutti a tuffarsi nel mare limpido.

Marciavano e cantavano “Lili Marlen”, erano tutti giovani, alti, biondi e belli; le nostre campagne erano floride e brillavano di un verde-oro, limoni e nespole ce li invidiavano tutti, l’eco della guerra qui da noi era lontano anche se gli uomini erano tutti al fronte, erano rimasti solo donne, vecchi e bambini. Sul Corso carretti trainati da asini, qualche bicicletta, niente macchine, solo camion e auto dei tedeschi, poi arrivarono quelli degli americani, le jeep con la stella sul portellone.

La fontana sotto il Castello fungeva da abbeveratoio e lavatoio per le “robe” delle fimmini, alcune si spingevano al fiume Eleuterio
e col sapone mollo lavavano lenzuola e pantaloni di matapollo. Il municipio era sul Corso, vicino alla via Tesauro, solo tre stanze. La Chiesa era sempre lì, una Messa al giorno per Padre Sucato, pochi fedeli e comunioni in ginocchio davanti al passamano in legno, tra sedie impagliate e un altare spoglio ma sacro.

La sera u zù Luigi passava con la “lanna” prima dell’Ave Maria e con la litania “c’è quello delle anime sante” tentava di raccogliere la carità quotidiana tra la fame e la povertà, uno o due soldi non mancavano mai. Belle le feste di Sant’Atanasio, la “vara” portata in giro, in processione, era tutto un lontano ricordo. Gonne lunghe, vestiti tinti e ritinti, con le pezze al culo, scarpe rotte, colorate con il nero del “diavolo”, mangiare farro, ciceri, fave, pane di segala e con la mollica si facevano le palline e si tiravano al muro, poi per la “mairizza” ci avventavano i pidocchi. In una stanza si dormiva in sei, sette persone.

I forni erano tre, quello di mastro Simone, donna Pitrina nello stradone e quello di mastro Gino in via Roma, il pane era dato con
la tessera e alla fame ci si faceva l’abitudine. La “privativa” o tabacchino stava all’angolo della via Celsi, la taverna dei Monti sempre
lì, la leggenda vuole che era là dal tempo dei Greci con Bacco che la frequentava. Poi arrivarono le bombe, i cani abbaiavano, tutto
era buio, qualche vecchio “stolito” voleva accendere le candele e si rischiava. La notte si sentivano le sirene di Palermo bombardata, non si dormiva, si scappava, dove? Per le campagne, ma alla “Palma” era pericoloso, lì vicino c’era il ponte e le postazioni della contraerea
dei “Lannari”. Alcuni andavano alla “Cannita” sotto la grotta. Le bombe per fortuna nostra cadevano su Palermo, zona porto e il fumo nero si vedeva in lontananza, una bomba cadde in contrada “Siciliana” e una nei pressi di Villa Merlo, vicino alla ferrovia, il ponte non venne mai centrato.

Un giorno sbucarono dal lato di Bagheria e oscurarono il cielo, erano più di 500 aerei, tutta la gente stava con la testa all’insù a bocca aperta davanti le porte e contavano…uno…due…tre… quattro, una massa scura, portavano il terrore e la liberazione, ed il pensiero andava ai nostri compaesani sul fronte russo, molti non tornarono più, i nomi sono lì, scritti sulla lapide alla Villa di fronte la chiesa San Girolamo, quando alla fine qualcuno tornava, a piedi, su carretti o carrozze era una festa, una processione, tornava dalla guerra, vivo! Dopo l’8 settembre gli Alleati sbarcarono tra Gela e Licata e i tedeschi cominciarono a ritirarsi, lasciarono il paese marciando e cantando sempre “lili Marlen”.

Arrivarono gli americani di Patton, che prima ci bombardavano e poi ci liberavano, che cosa strana, vero? E il ricordo va a uno dei “Lanza” che al passaggio dei camion americani, delle jeep, dei carri armati, nei pressi della “Scinnutella” dopo la Chiesa andò loro incontro con un lenzuolo bianco gridando “liberi…viva gli americani!…”. Il vecchio ha un brivido di freddo, ha il fiato grosso, è stanco, il sole è coperto dalle nuvole, il vento si fa più forte, la chiaccherata è giunta alla fine, ma un’ultima domanda, _”…e della mafia che
mi dice?…”. “La mafia è la Sicilia, è l’aria che respiriamo, la mafia non è la peste, non è la carestia e nemmeno la guerra, ma come la carestia, la peste e la guerra fa danni e semina morte.

Sicilia e mafia sono due cose, lo stesso come dire spine e rose, due cose differenti per natura, la mafia puzza e la Sicilia odora. E prendo in prestito il detto di un famoso scrittore: -“…dovrebbero venire qui con treni, aerei, bus e distribuire in giro per il mondo tutti i siciliani, un tanto qui, un tanto là, e la Sicilia ripopolarla con nuova gente, forse così non si parlerebbe più di mafia”.

Giuseppe Morreale



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