Abbiamo bisogno di restare umani, oltre che vivi

Lo Stato ha smesso di rappresentarli e così hanno smesso di sentirsi cittadini.

Il popolo scende in piazza quando ha fame. Sono scene di violenza che rasentano la follia quelle delle piazze gremite di gente ad osannare la riluttanza contro le chiusure. C’è un popolo che ha fame sì, ma è un popolo che ha paura.

Dinanzi ad eventi straordinari, come questa crisi pandemica che stiamo vivendo, il mostro violento che alberga nascosto negli animi ecco che si risveglia. Oggi celebriamo la morte del cittadino, poiché quei volti di
uomini e di donne di ogni età hanno smesso di sentirsi cives cioè facenti parte di una comunità, di uno Stato. Oggi assomigliano più a mine vaganti in una lotta alla sopravvivenza. Lo Stato ha smesso di rappresentarli e così hanno smesso di sentirsi cittadini.

Sono movimenti di masse pericolosi, poiché raccontano di un Paese che sta male già da tempo e oggi più che mai deve fare i conti con i nervi scoperti.
Nulla di nuovo sotto il sole, direbbe un illuminato. Ad ogni crisi umanitaria segue una crisi economica e morale. L’isteria della gente durante la peste del 1300, portò a massacri e saccheggi nelle città di tutta Europa e nella caccia all’untore la follia umana volle che fu colpa degli ebrei. Ci vollero diverse bolle papali per ribadire l’innocenza del popolo ebraico.

All’alba del 11 Novembre 1628, le strade di Milano, in piena carestia, sono piene di folla brulicante in preda all’assalto al pane. È il tumulto di San Martino che ci narra Alessandro Manzoni. Esistono tantissimi eventi storici che mostrano che tanto più l’uomo è vicino alla paura della morte, non solo fisica, tanto più diventa simile alle bestie. Ad Aprile qualcuno doveva pur saperlo che non saremmo diventati migliori e che non sarebbe andato tutto bene. Forse qualcuno è diventato esperto in panificazione, in vocalizzi, ha imparato a strimpellare con la chitarra, ha scoperto che il vicino si chiama
Giovanni e ha un cane e due figli, ma non stavamo diventando più buoni.

La solitudine durante il lockdown ha irrimediabilmente determinato una crisi esistenziale, mettendo in luce una crisi di valori già esistente. Lo star da soli non ha avuto uno potere rigenerante, di riflessione e di crescita personale. La convivenza forzata ha esasperato rapporti familiari già consumati.

Ci si è chiusi nell’assenza di un dialogo costruttivo con sé e si è avuto paura a tornare ad abbracciare il Mondo. Ecco perché questa crisi esistenziale è diventata una crisi relazionale e ha inciso fortemente in ogni tipo di relazione umana. Eppure viviamo nel mondo dell’iperconnessione. I dispositivi tecnologici ci hanno consentito di accorciare le distanze con mail, direct, messaggi, chiamate, videochiamate abbiamo accolto in casa colleghi, capi, amici, nonni, zii, vicini, amici degli amici.

Ma non è bastato e ciò non può che ricordarci che l’uomo ha bisogno dei cinque sensi per vivere in pace nel Mondo. Ha bisogno di sentire l’odore,
di osservarne il movimento degli occhi, di toccarlo, di sentire il suono che producono le parole nella cavità orale dell’altro. La fisicità, per la cultura occidentale, è alla base delle relazioni umane. Essere iper-connessi non è bastato.

Il mito del digital è morto o forse come tutti i miti, lo abbiamo un po’ ingigantito. Non è solo questo. Siamo invasi da pensieri disfunzionali che non fanno altro che alimentare rabbia, ansia, stress, insoddisfazione, frustrazione e che alimentano circoli viziosi di violenza di ogni tipo. Qualcuno questo doveva saperlo. Bombardati da notizie e nutriti dal fantasma della morte. Per giorni il nunzio regio con un esercito di aspiranti volti noti ha fatto in diretta la conta dei morti, con il bollettino delle ore 18.00.

I palinsesti sono tutti uguali da mesi: reportage dentro le terapie
intensive con occhi di telecamere puntate su mezzi fantasmi agonizzanti senza alcun rispetto della dignità del malato- interviste quotidiane a virologi e santoni per capire se il virus è cambiato, statisti in preda al delirio dei numeri, profezie catastrofiste e promesse di cure e vaccini immediate, ombrelloni dentro plexiglass e spiagge covid free.

Hanno sequestrato la Bellezza, relegandola al passato. Hanno eliminato
i pensieri positivi, riempiendoci di immondizia. Un giorno qualcuno dovrà pur risponderne di tutto ciò. Non bastano i sussidi economici tardivi, per far sorridere la gente e dar loro una luce di speranza. Abbiamo bisogno di uno storytelling nuovo che parli di futuro, di prospettive, che inviti a riscoprire il bello, che ci riconduca alla natura, all’arte, alla lettura, allo sport, alla vita.

Un pensiero positivo è la miglior cura per generare consapevolezza e cambiamento e per saper accogliere gli eventi per loro natura finita. La pandemia terminerà, per fortuna, come tutti gli eventi. Ma abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza, quale cura rigenerante ed energizzante affinché possiamo restare umani, oltre che vivi.

Tiziana Di Maria

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