Credenze popolari nella Bagheria di ieri

Ancora negli anni quaranta del secolo scorso resistevano alcune credenze che venivano dall’ottocento. Una di queste prevedeva che si dovesse
appendere dietro la porta di casa l’immagine di un santo che doveva proteggerla dai ladri e dai male intenzionati. Qualcuno organizzava dietro la porta addirittura un piccolo altarino. Altri, invece dell’immagine del santo, inchiodavano dietro la porta un ferro di cavallo che doveva propiziare tanta fortuna.
Quest’ultima credenza derivava da una leggenda inglese. Essa narrava del diavolo che aveva chiesto ad un santo maniscalco di avere ferrata la zampa porcina.

Il santo aveva acconsentito. Prima di procedere alla preparazione del ferro, il santo aveva legato il diavolo ben stretto ad un anello infisso nel muro. Dopo avere forgiato il ferro ad U aveva preso lo stesso e lo aveva inchiodato allo zoccolo del diavolo con tremende martellate. Poi lo aveva cinto con una catena e fissato al muro. Il diavolo supplicava il santo di liberarlo. Il santo acconsentiva a patto che il diavolo non entrasse più in un luogo dove c’era un ferro di cavallo appeso dietro la porta.

Sempre in tema di protezione, in alcune strade, sulla parete di casa, vi era una nicchia con una statuetta sacra. A volte per proteggere la statuetta veniva sistemata una piccola grata di ferro con tanto di catenaccio. Il proprietario di quella casa si prendeva cura del minuscolo luogo sacro: accendeva un lumino, o, successivamente, una piccola lampada, cambiava i fiori periodicamente nel loro piccolo vaso.

Sotto la nicchia, sul piano strada, erano collocati alcuni vasi con piante ornamentali che venivano curate amorevolmente. Nelle varie ricorrenze e nei momenti in cui bisognava recitare una novena, davanti all’altarino, opportunamente abbellito con drappi colorati, si radunavano le donne del quartiere per una preghiera collettiva, spesso infiorata da canti religiosi. La qualità del timbro vocale non era eccelsa, ma l’accorato approssimativo canto alla scarsa luce creava una atmosfera particolarmente suggestiva.

In buon conto erano anche tenute le foto ingrandite dei genitori defunti. Nella zona della parete in cui venivano collocate si sistemava un altarino, adorno sempre di fiori e illuminato da lumini o piccole lampade. Per questa ultima usanza è facile fare riferimento ai “penati” degli antichi romani.
Anche nella nostra cittadina, fino agli anni ’50 del novecento, si chiedeva una protezione anche agli antenati. Se non potevano farlo direttamente, potevano intercedere presso qualche santo. Se la protezione veniva assicurata si mettevano molti più fiori e se ne portavano altri al cimitero. Se la protezione veniva a mancare ci scappava anche qualche improperio.

Altra usanza era quella della sistemazione adeguata delle immaginette di santi usurate. Queste non si potevano mettere nel secchio della spazzatura. Si andava in una strada di campagna, si cercava una fessura nei muri di tufo e vi si introducevano i pezzetti di carta. Per i trasgressori il castigo effettivamente veniva, non dal di fuori, ma dal loro stesso interno. La persona si struggeva tanto da procurarsi malesseri d’ogni genere. Il soggetto che credeva di meritare un castigo non dormiva la notte, vedeva fantasmi e se tentava di addormentarsi aveva incubi. Qualcuna delle suddette credenze ancora sopravvive nelle case delle persone di una certa età. Quando tali persone lasceranno questo mondo porteranno con loro il ricordo di queste credenze: i giovani oggi hanno ben altro a cui pensare, presi come sono dalla modernità computerizzata.

Antonino Russo

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