Le scarpe di San Giuseppe

Pinuzzu in classe stava sempre muto come un pesce. Quando il maestro lo interrogava bisognava
tirargli le parole con il cavatappi, ma non era scimunito, anzi era un picciriddu sveglio, vivace. Carnevale era passato da qualche mese, si era macellato l’ultimo maiale, il suo muso lungo con le orecchie a sventola, sanguinante, penzolava da un gancio davanti la “Chianca” di Totò La Porta.

Pinuzzu con la cartella ritornava dalla scuola e si fermava a guardarlo e pensava:-“…che ragù sarebbe
venuto fuori con quella bella testa di porco, e le cotiche, le salsiccie, quelle grosse legate con la raffia che profumavano tutta la casa di finocchio n’granato…”.

Erano gli anni 60, Ficarazzi voleva crescere, l’agricoltura era il suo cavallo di battaglia, limoni, nespole, manderini, scala, panara, potatori, carretti, casciuna, sfaselle, c’era lavoro per tutti. Ma il paese era ancora con le sue strade sterrate, umide e buie, senza marciapiedi, sporche di fango e con i rivoli delle fognature a cielo aperte, c’era ancora miseria, i bambini giocavano seminudi per strada, tra terra e galline, l’aria era puzzolente, il pericolo di epidemie era sempre in agguato, specialmente quando c’era caldo e lo scirocco stroncava tutti.

Nella piazza Sant’Atanasio u zù Agostino, 140 chili di cristiano, svampava il suo Toscanello. Aveva le mani piene di caramelle, accattate alla privativa di don Pietro. Appena tutti i picciriddi lo vedevano ci andavano
attorno e lui lanciava le caramelle per aria dicendo:-“…cu pigghia un turcu è suo… ”. C’era subito l’arraffa arraffa, io non riuscivo mai a capire il perché di quella battuta, la capii anni dopo.

Tra le vanelle di via San Martino e via Mare era uno stendere di maidde piene di paste alimentari che stavano essiccandosi all’aria aperta, spaghetti e maccheroni sospesi a delle canne a ridosso dei muri, da finestra a finestra, attraverso vicoli stretti, carichi di odori e pruvulazzu, posto dove Pinuzzu e la sua
ciurma di picciutteddi giocavano ad assicutarisi, ad “ammuccia ammucciaredda”, con i pisoli, con le catinelle e anche con i pattini e u carruzzuni. Franco, che era più grande e amante dei cani tirava con una corda un cane magro e scantatu tra la Vallotta e il Chiano ri l’Aria.

Uomini in canottiera e coppola nera in testa erano seduti davanti al circolo dei cacciatori. Là dentro
i pensionati accaldati, tra una bestemmia e una maledizione giocavano a scopa, l’aria era viziata
dalle tante Alfa e Nazionali senza filtro che fumavano a ripetizione.

Nello stradone ai balconi le fimmine stendevano la biancheria appena lavata nella pila con la liscia, pantaloni di matapollo, mutandoni e reggiseni grandi e neri, calze di nylon, camicie, robe americane; in giro poche macchine, l’autobus per Palermo, carretti che carriavano limoni per i malaseni o per la stazione. Dietro le persiane si sentiva, si percepiva il respiro delle persone che non si perdevano un gesto, una parola, una taliata, uno sguardo di tutti quelli che si trovavano a passare, curiosi denominati “cani
attaccati al portello”.

Al firriatu della Spinusa tutto il giorno fu un via vai di picciotti che carriavano legna, ramagghia, era la festa di San Giuseppe. Pasta con le sarde, finucchieddu ri muntagna e a sarda salata, con il suo inconfondibile ciavuru di quelle delle buatte nelle putie. E anche la sfincia, carica di ricotta, dicono
che le portarono gli arabi, ma a noi non ci interessa chi le ha portate perché ce li mangiamo con piacere sempre.

Anche Pinuzzu pensava a San Giuseppe, alla testa di porco, alle panelle, mentre trascinava quel mazzo
di ramagghia di manderini e li portava “N’- Capu a Funtana”, e non si dava pace ripensando alla mattina, a scuola, in classe, “quarta F”. Tutti grembiuli e scocche bianche, erano giorni di spartimento, pareva che erano arrivati di nuovo gli americani! Davano vestiti, scarpe, calze, c’era chi mangiava al refettorio, un buon odore di minestrone, i formaggini, pure quello con i buchi, l’olandese! Ma per Pinuzzu niente! Lui non era nell’elenco, anche se suo padre era campagnolo, niente, non gli toccava niente! Mah! Chissà picchì!

A piano terra, nella 1^ A, c’erano il Preside, il Professore Putaggio e il Professore Priola, la signora Maria, quella del refettorio, la “barcellonese”, e la moglie di don Totò il bidello, mamma Maria come la chiamavamo tutti.

Pinuzzu sgusciò nel corridoio lucido, pulito da poco, e vide a terra 5 paia di scarponcini marroni, con i lacci, nella scatola c’era scritto “Superga”, il luogo dovè si schiantò il Grande Torino. – “…professò, professò, signora Maria, per me un paio di polacchino non c’è? Taliati…ho tutti i tennissi rotti!…”. –“…via,
via, per te non c’è niente, sono per i più bisognosi, tuo padre lavora… torna in classe…via, via…”. –“…ma che bisognosi e bisognosi…e allora i due figli di quello del bar?…e il figlio di don Masino?…e la figlia di don Filippo?…questi bisognosi sono?…pure alla mensa vanno, perché a loro si?…ssù figghi ra gallina bianca?”. –“…insolente e maleducato…torna subito in classe se no prendi tante bacchettate…”- lo rimproverarono all’unisono i professori.

Pinuzzu amareggiato e deluso tornò in classe, guardando i suoi compagni, figli di braccianti come lui, visi smagriti, capelli scompigliati dai cornicchi birichini, vestiti alla buona con robe sdrucite e rattoppate, dagli occhi neri , profondi che parlavano con le labbra chiuse, dai sorrisi timidi, sentì una fitta al cuore. La sirena, l’uscita, a casa, un pezzo di pane cunzatu con l’olio sale e pomodoro, mangiato seduto davanti la porta sotto il sole, col pensiero alle scarpe.

Poi i compiti, alla fine di corsa fuori, insieme ai compagni, come tanti ragazzi della via Paal, a raccogliere legna per la vampa. Quella sera era il 19 Marzo, San Giuseppe, il suo santo, ma Pinuzzu alla vampa supra a “Funtana” non c’era! La legna bruciava, le fiamme erano alte, toccavano il cielo, le faille scappavano, i visi di tutti erano in fiamme, tutti attorno alla montagna di fuoco, il Castello brillava! Pinuzzu non c’era! Dov’era Pinuzzu? Pinuzzu, solo, con il cuore gonfio di amarezza, al buio saltò il muro della scuola, lato campagna, ed entrò silenzioso come un gatto, andò a colpo sicuro, nella stanza dove la signora Maria divideva la roba.

Le 5 paia di scarponcini marcate “Superga” erano lì a terra, Pinuzzu mise tutto in un sacco, di quelli del sale di campagna, rifece lo stesso percorso, scomparì nel buio e ritornò a casa. L’indomani a scuola si incolpavano tra di loro, bidelli, maestri, impiegati, litigarono a male parole, ma le scarpe non spuntarono.
Pinuzzu si tenne due paia per lui e suo fratello, un paio li regalò all’amico fraterno Paoluccio, un ragazzo che ne aveva veramente bisogno, un paio al figlio di Carru, Taninu, e uno lo portò a Cicco “Ossi Ossi”, un poveraccio che dormiva sotto il portone della Spinusa…

Giuseppe Morreale

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