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Editoria: “Alchimia della polvere” di Tommaso Romano

Volendo recensire il testo Alchimia della polvere. Aforisminattuali con Autoritratto feroce, edizioni All’Insegna dell’Ippogrifo, si rischia di
redigere una biografia non autorizzata, o di esporsi perché la stessa può apparire una “benevolenza” o un’irriverenza, anche se il testo potrebbe sembrare una provocazione.

Da qualche tempo coltivo il proposito di scrivere sul personaggio, non ho trovato l’occasione, anche se in diverse pubblicazioni di Tommaso Romano, le note biografiche sono a mia firma, queste sono essenzialmente dei curriculum vitae, che però mi pungolano a stilare qualcosa di più appropriato su di lui, con le difficoltà di non sapere da dove cominciare, su
cosa meditare o quale punto sorvolare, il suo Autoritratto feroce, raccontato senza reticenza, certamente suggerisce la via.

Le difficoltà nascono dalla sua poliedrica, strepitosa e impegnativa
attività – docente, filosofo, poeta, pittore, storico, critico d’arte, recensore, politico, editore, scrittore multiforme (le sue opere letterarie si compongono di ammirati romanzi, saggi, biografie, recensioni), animatore culturale (organizza mostre, convegni, presentazioni, inaugurazioni, ha fondato riviste, creato premi letterari, compie interviste e programmi televisivi ha prodotto blog e siti digitali), ha ispirato la costituzione della Real Compagnia della Beata Maria Cristina di Savoia Regina delle Due Sicilie, (qualcosa di sicuro mi sfugge), tutti interessi e contributi significativi che lo distinguono dall’omologazione culturale, che generalmente porta tutti a seguire le stesse tendenze del momento, ma soprattutto perché spesso è una voce fuori dal coro, con un’arguzia a volte profetica e un’infrequente ma spiazzante ironia fulminante.

Opera e parla con abilità con ammirevole equilibrio e con una vastità d’interessi, una figura ricercata e rappresentativa della cultura che riesce con impegno e determinazione a edificare anche se stesso sia nella produzione che nei rapporti con gli altri.

Ha una facilità di concepire discorsi non conoscendo limiti o timidezze, coglie le idee nell’aria prima di chiunque altro, le vaglia le passa di
mano e svolge lo sguardo altrove. Uno spirito esigente, autenticamente libero, svincolato da pregiudizi, poco incline alle confessioni, non soffocato dal politicamente corretto, ma ossessionato dalla trascendenza dal cosmo, dalla “Cosmovisione” o come lo definisce lui dal “Mosaicosmo” e dall’acuta
voglia di coniare neologismi.

In un certo senso è un avventuriero mi sono sempre chiesto se definirlo un investitore o un dissipatore, un collezionista o un accumulatore di libri e opere d’arte, se si va nei mercatini tradizionali dell’usato, la domenica mattina s’incontra magari mentre mercanteggia qualche “minuscolo pezzo” che nelle sue mani diventa un oggetto di valore.

Con la sua poderosa opera letteraria si dimostra un eclettico pensatore, tutti gli siamo debitori di una riflessione, con la sua cultura enciclopedica, sembra che abbia letto tutti i libri che possiede, circa 30.000, infatti, afferma di avere una velocità di lettura non comune, “dorme poco, appena il necessario”, è capace di individuare affinità semantiche.

Con queste armi, la chiarezza, la passione e l’eloquio mai sopra le righe non c’è competizione intellettuale che possa temere, stravince su possibili detrattori, ecco perché la sua partecipazione è particolarmente richiesta, con tutto ciò, rare volte risulta pretenzioso, tranne quando mostra la sua autorevolezza di un “altero” maresciallo in campo, sempre con i piedi
per terra, con una distinguibile sovranità.

“… cultura non è altro che il coltivarsi” è quanto afferma, Romano, che incita sempre a fare, a non fermarsi perché non si conosce il domani, come dargli torto, difficile non farsi contagiare, ma non è facile andarci dietro, meriterebbe di trovare più spazio, non solo nelle biblioteche di chi ha ricevuto suoi libri.

Con velature di compiacimento e commiserazione sostiene di aver costruito mostri “caricature petroliniane di Narciso”, per le sue capacità di ammaliare, come un pifferaio, ha le sue truppe cammellate che lo seguono, magari per un loro tornaconto, “che girano a me intorno per stato d’interessata necessità”, oppure si “adattano senza consentire”.
In Alchimia della polvere l’intensa prefazione di Roberto Pazzi è
tutta da sottolineare, nella Nota introduttiva l’Autore mette le mani
avanti per eventuali contraddizioni, una fortuna intercettarne qualcuna, e nella Postilla evidenzia che “alcuni di questi scritti sono stati pubblicati in siti internet, blog, in facebook”, come a dire, non si deve sprecare nulla di ciò che si è prodotto.

Gli aforismi in genere sintetizzano verità in modo limpido, in forma
rapida ed a volte paradossale “Si contradisse e fu intimamente, pienamente, consapevole di farlo”, svolgono la funzione di messaggi che invitano alla meditazione per sfuggire all’indifferenza e che ci accompagnano sulla via della riflessione e della serenità interiore e Romano ha ragione quando scrive che “non è una raccolta di aforismi”, perché i suoi sono proprie lezioni di vita, con essi in una sintesi estrema cerca di mettere equilibrio al trambusto filosofico, ciò induce a leggere e rileggere lentamente le mirabili intuizioni, gli approfondimenti perspicaci, concentrati in poche incisive righe.

Negli Aforisminattuali c’è il sapere, il senso pratico, uno stile scorrevole e disinvolto, una lettura frettolosa non è attinente, né potrebbe bastare per notare gli accorgimenti grafici, né per mirare la meticolosa cura redazionale di Giovanni Azzaretto, refusi non se ne trovano neanche a cercarli. Romano vive la dimensione culturale tutti i momenti impiegando
un prodigioso intelletto, una memoria eccezionale e una volontà ferrea, il suo segreto deve essere una disciplina interiore, una capacità di concentrazione, di astrazione dal rumore di fondo, un’antipatia innata per tutto ciò che gli sembra inutile, motivo per cui credo che soddisfazioni intellettualistiche se ne sarà prese a dimostrazione che il fare porta sempre a un risultato: “L’unicità dell’essere è data dalla volontà e dalle capacità di sapersi autodeterminare”.

La noia è uno spreco che ignora, per coltivare le sue dedizioni con tale inflessibilità, “Per ridare un senso allo scorrere del tempo”, non ci sono distrazioni, non segue nessuno sport, la sua pazienza verso il dinamismo degli altri è uguale a zero, una divagazione snob è la musica, non quella “rap, house, hip hop, tecno e simili”, ma quella classica, che “… ricrea l’Origine e può far vibrare qualche sopito anelito”, anche se ci sono i momenti in cui sente la necessità durante “… il cammino di fermarsi a danzare rimirando il mare d’una notte breve… (per poi) riprendere la strada, accompagnati dalla memoria d’un attimo e, coltivando intrecciate radici come mani che si stringono”.

Un suo rammarico, dopo essersi tanto impegnato e aver tanto fatto a livello provinciale, non essere riuscito, in politica a raggiungere gli onori pubblici regionali e nazionali, quando alcuni individui, che sono salpati con lui o subito dopo, sono diventati soggetti importanti: “Troppa gente sta da troppe parti…”, ha anche il cruccio “delle cose non fatte, dei luoghi non visti, delle pulsioni represse, degli amori non confessati, delle musiche non ascoltate”.

Gli aforismi piacciono perché l’Autore non può usare artifici, non può permettersi di sbagliare nemmeno una parola, dicono tanto in un minimo “La poesia è” e poi sono adeguati a questo nostro dinamico tempo, sono spunti per riflettere, parlano di chi li scrive, sono degli autoritratti, poi diventano una guida: “Meglio restare esclusi che inclusi nel gregge plaudente che non capisce niente”.

Romano, certamente non è attratto dal chiacchiericcio, “La noncuranza del frivolo è parte fondante della necessaria cura del sé”, “Amo la mia e l’altrui riservatezza” e nemmeno dai perditempo: “Chi sostiene di pensare e dire cose decisive va evitato, per preservare la propria igiene mentale da pur minuscola contaminazione”. Nei suoi aforismi non ci sono domande ma risposte “La terapia della parola veritativa allevia, anche chi ascolta. Questa è la profondità”, c’è uno stretto legame tra fede e cultura letteraria
“La liturgia … senza l’austera ed evocante solennità del Sacro e del misterioso, si riduce a parodia ripetitiva”, tra l’epifania della bellezza e la manifestazione del dolore: “Come un cactus può fiorire, una rosa può morire”, ma anche l’insofferenza verso le piccinerie ipocrite: “Evitare, scansare, immunizzandoci finché possibile con netta presa di distanza dalle lacrimose o gaie partecipazioni banalmente emotive…”.

Regalandoci il suo patrimonio culturale senza fondo, ci chiede uno sforzo stuzzicandoci l’intelletto con aforismi imbevuti di razionalità, sono tutti da citare, incantano l’occhio del lettore, se dovessi scegliere quello che mi ha affascinato maggiormente non avrei dubbi: “Il diritto alla felicità è una pretesa ideologica che accresce l’infelicità e moltiplica la dispersione per non raggiungerla”, come a dire rinuncia a cercarla forse arriverà. Alchimista della parola, nei suoi interventi lusinga qualche presente citandolo, raccogliendo apprezzamenti, colpisce la sua capacità di muoversi su più fronti e l’energia con cui inventa instancabilmente iniziative, con la sua casa editrice, fondata a sedici anni, con oltre 1000 pubblicazioni
esprime un messaggio preciso, un libro è un’isola, scrive poesie “come creativa illuminazione sacrale”, non con un cronoprogramma, non con numerose o meccaniche dosi, ma con moderazione, con essenziale equilibrio e con chiaro vigore esente d’enfasi, si compiace di quanto fatto ma si proietta subito dopo sul da fare.

Tommaso Romano scrive “venero il pathos della distanza”, non sopporta l’ipocrisia “mi indispongono coloro che si dichiarano d’accordo con me e alle spalle, poi fanno e dicono in tutt’altra direzione” e per la paranoica preoccupazione di essere sfruttato crede poco nell’amicizia, particolarmente in chi si comporta in modo strumentale, “qualcuno può soccorrerci con un tasso moderato d’interesse… i falsi amici vaganti che vorrebbero, in fondo, continuare a tentare di spolparmi lacerandomi invano il cervello”.

Gli piace donare, soprattutto libri, gradisce anche ricevere, non chiede niente a nessuno né per se, men che meno per gli altri, per modestia non ama farsi presentare “non voglio essere considerato affatto una sorta di profeta né, tantomeno, ideologo, neppure missionario o un vate o un segnavia,” però non si esime di utilizzare il diritto di autoesaltazione, non c’è pittore prestigioso o fotografo d’eccezione che conosce, che sia sfuggito alla tentazione di fare un suo ritratto, che regolarmente pubblica nei suoi libri, gli genera una gradevole sensazione l’interesse di qualcuno nei propri confronti, essere al centro dell’attenzione lusinga il suo ego, a volte gli capita di ostentare la propria cultura pluripremiata, fa fatica a tenere a
bada il proprio narcisismo quando rileva le sue simpatie letterarie,
gli incontri e le frequentazioni avute con immortali personaggi di
valore: “che ho ben conosciuto”.

Anche se nel nostro tempo c’è una sovrabbondanza di celebrità al punto da assimilarsi con l’anonimato, “confido poco nella giustizia del tempo”, in lui trapela un tenace obiettivo, quello di lasciare “il solco tracciato”, “facendo
memoria”: “Resta, silente, il valore”.

Forse ha qualche forma di superstizione, ma non crede alla fine del mondo, non è idealista nel senso che non coltiva utopie ma crede nella tradizione, un eretico antimoderno che si è fatto stregare da facebook, ma se ne serve con accortezza, cerca di adeguarsi ai mezzi digitali, “basta non scambiare la tecnica con l’essenza”, mantiene un innato legame con la carta stampata e inflessibilmente continua a scrivere a mano, nei suoi lavori si rappresenta sempre, in Alchimia della polvere, un libro diverso, in ogni riga c’è qualcosa di più di una supposta vanità che porta a esagerare, si coglie un’atmosfera di vertiginosa libertà, marcando nel -finito di stampare-, l’omaggio della pubblicazione: “Questo libro in edizione non venale…”.

Intellettuale a tutto tondo, che odia l’odierno trambusto, rifugge da
comitive e gruppi “mi distraggono immancabilmente” con chiarezza e tono lieve rapisce e pilota ogni piacevole o arguto intrattenimento, rare volte in senso ideologico, non ha la virtù della leggerezza ma ha l’onestà dell’approfondimento, perfetto antidoto alla pesantezza. Rigido nelle decisioni, inonda con i suoi programmi che non mancano mai, rispettoso e preciso negli impegni con una serietà contrattuale certa, comunque, comunemente con un vantaggio garantito, non necessariamente economico: “Nel proprio tempo si deve poter usare ciò che agevola… e chi dice di disprezzare il denaro mente”.

Nell’autoritratto non parla del suo lavoro quotidiano di docente, che ha sempre rispettato con estrema regolarità, non mescolando mai l’attività di professore con le altre attitudini, infatti, mi ha sempre incuriosito conoscere qualche giudizio di suoi alunni, gli è sfuggito pure riferire della sua teutonica puntualità. Nobile galantuomo d’altri tempi, con maniere cortesi “saluto le donne prima … condivido la Cavalleria basata sulla familiarità e la condivisione, l’onore e l’atto generoso gratuito”, sempre impeccabile: “Vesto alla mia moda”.

L’illuminata opera di Laura Natangelo riportata in quarta di copertina esalta il contegno intellettualistico di Tommaso Romano e della
pipa che “riduce un cenere… il tempo che vogliamo dedicarvi”, un
personaggio raro, in via d’estinzione.

Per non farci mancare nulla, in “questo piccolo libro”, con tanti insegnamenti, a conferma della sua sorprendente ironia, c’è incluso
un segnalibro con cui ci consiglia di prendere a fine lettura un digestivo di sicura efficacia, con rappresentata un’immagine di un tanto desiderato virtuale abbraccio a conferma del suo intercettante e sorprendente tratto profetico ed a riprova che in fondo l’amicizia esiste anche per chi non ci crede.

Diciamo che averne fatto conoscenza è un’esperienza singolare ed
a dimostrazione di quanto asserito, in occasione del suo ultimo
compleanno un amico di facebook, Aldo La Fata, gli scriveva: “Carissimo Tommaso, i miei più fervidi e affettuosi auguri. Ricordati
che sei insostituibile, quindi ci aspettiamo da te per lo meno l’immortalità”.

Articolo di Vito Mauro

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