Poesia e schizofrenia nell’opera di Giovanni Varisco

Quando parliamo della pittura di Giovanni Varisco facilmente siamo tentati di fornirne anzitutto per noi una spiegazione che possa dissiparne il mistero, l’enigma, cosa che, rileviamo, per altro non è passata mai in testa al nostro artista autsider, al quale se si domandasse il senso in particolare di un suo dipinto, risponderebbe con naturalezza che egli stesso non sa che cosa gli passasse per la testa durante
quella singolare esecuzione.

La spontaneità della pittura di Varisco non ci consente dunque di tradurla in testo ed in un testo semantico estraneo al fare pittorico, dove il linguaggio delle pennellate di colore, delle sue tonalità, del loro movimento e della loro gestualità non è che il proseguo di quell’imprinting che gli deriva dall’anima, che in essa (la pittura di Varisco) lascia le sue tracce ma come di passi dietro i quali regna l’ombra con i suoi misteri non svelati.

Se ci si rende conto di questo, si capirà che pittura e letteratura sono due mondi separati e che la critica d’arte è un’appropriazione indebita di contenuti visivi e asemantici. Il critico d’arte deve riconoscere il suo peccato capitale, quello di rubare l’anima ad un artista in particolare, si tratti di un pittore o di uno scultore, di cui viene ad occuparsi, operando una sorta di magia nera nel sottrargli il flusso vitale espresso in un opera e farlo suo in un testo letterario che firma non con il suo sangue ma con quello dell’artista. Detto questo e riconosciuto il “mia culpa” del critico, cosa resta da dire riguardo ad un’opera d’arte? Da Aristotele in poi e fino ai nostri giorni si è sempre riconosciuto che l’opera è una fonte di energia convertita in semantica, in produzione di senso, di significati, asserendo che un libro, un quadro è tale quando diventa opera in una lettura semantica, che ne sviluppa le forze energetiche.

Ma Varisco a questa interpretazione di un suo quadro, di un suo dipinto non ci sta. Egli infatti ribadisce che la spontaneità della sua pittura non gli consente di convertirla in prodizione letteraria perché fondamentalmente aliena ad essa, di cui non vuol tradire i moti del cuore, del suo respiro che non vuol essere ingabbiato entro una macchina interpretativa di significazione.

La rivolta del nostro artista è la rivolta dell’anima, che siccome non ha prezzo, non vuole essere valutata da quegli abili commercianti che di
anima possiedono solo quella del diavolo e che con il consulto di quei fattucchieri, di quegli affatturatori che sono i critici, che la soppesano usando solo, bilance e altri strumenti semantici, la vorrebbero stregonescamente trasmutarla con una sorta di nera pratica alchemica in un
prodotto della logica del senso che vorrebbe invadere, comprendere non solo tutto l’uomo, fatto di anima, cuore, cervello, bensì tutto il
mondo nel dominio di un’economia globale.

Ora se guardiamo i dipinti di Varisco ci accorgiamo che la sua poesia è quella che può derivare dall’anima incantata di un fanciullo, che ancora non ha chiari i contorni di quel che la circonda, perché nella sua mente prevale l’immaginazione e la fantasia, che il nostro artista con la sua arte riporta a galla in un mondo, che non può guardarlo con simpatia, giacché nostalgicamente lo vede fermo a quello stadio infantile, definito immaturo, patologico, non avendo raggiunto l’età della ragione. Certo questo mondo può sembrarci conturbante perché in esso appaiono in maniera inquietante tanti volti, che sono il modo di vedere di un soggetto plurale, fatto di tanti io, che rappresentano noi e gli altri, ma ciò non deve indurci a parlare patologicamente di schizofrenia e ad attribuirla, cosa assai grave, all’artista.

Del resto, senza che la cosa ci induce un sentimento di paura, anche noi usiamo, e lo facciamo esplicitamente in questo testo, il plurale maiestatis volendo designare la nostra persona singolare certo non per conferirgli importanza, autorità come comunamente si afferma, ma perché in noi avvertiamo tante anime, tanti soggetti parlanti anche se essi conferiscono al nostro discorso una unità prevalente dal punto di vista logico, che quando non viene raggiunta è definita destabilizzante e patologica come quello stadio mentale, la schizofrenia che nella sua innocenza non vuole sopprimere la coralità, la molteplicità di tali soggetti e di tali voci espressive.

Nella sua arte sia pittorica che scultorea Varisco innocentemente come un fanciullo esprime il suo mondo plurale in cui la moltiplicazione dei volti si fa poesia enigmatica, poesia la cui indagine psicologica e razionale sarebbe un affatturamento critico o peggio stregonesco proprio di quegli stregoni dell’anima che sono i critici, gli psicoanalisti e gli psichiatri.

Varisco certo sa anche dipingere un singolo volto ma tale volto è più complesso di quello plurale che compare nei suoi dipinti. Tale volto non è infatti che una maschera colorata che ne cela la vera personalità forse per non farla catturare dagli spiriti che però sono tutti in noi incorporati.

Piero Montana

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