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I cent’anni di Anna Buttitta
Inserito il 04 dicembre 2008 alle 19:25:00 da Redazione. IT - Bagheria

I cent’anni di Anna Buttitta

Amore guerra nei ricordi della centenaria 

di Giuseppe Fumia

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Avere cento anni e dimostrarne non più di settanta. È quel che accade alla signorina Anna Buttitta, abitante nella nostra città al n° 12 di via XX Settembre. Quando si parla di persona che raggiunge il secolo di vita si è soliti servirsi di frasi di circostanza, stereotipate, per coprire con indulgenza i guasti che inesorabilmente il tempo infligge al corpo e alla mente del festeggiato. Ebbene, vi possiamo assicurare che raramente c’è capitato di incontrare persone di cento anni così integre nel corpo, nella mente e nello spirito come lo è la nostra concittadina.


Chi non ci crede vada a sincerarsene di persona venerdì 5 dicembre alle 17.30 nella Chiesa del Sepolcro. Esattamente in quel giorno Anna Buttitta compirà cento anni e con un codazzo di parenti e amici chiederà la benedizione che il Signore, per mano del parroco celebrante don Mario Di Lorenzo, certamente non le negherà. Come non l’ha negato Papa Benedetto XVI che le ha fatto pervenire una pergamena augurale. Finita la messa, ringrazierà offrendo un rinfresco a quanti le si avvicineranno per augurare altri cent’anni di vita.

Benedizione garantita, dicevamo, perché Anna, donna pia, sin da bambina è vissuta sempre nel timore di Dio, senza però essere una beghina. Anzi tutt’altro. Sapeste di quanto brio a cent’anni sia capace e quanta allegria riesca a trasmettere, con battute pronte e centrate, a chi le sta vicino.

Ci ha accompagnato da lei Ciccio, il nipote più grande e prediletto, figlio dell’amatissimo fratello Pasqualino, il quale ci aveva anticipato mirabilie della zia. Verificare di persona è stato quasi scioccante ed ora è difficile raccontare tutto ciò che è stata capace di dire in poco tempo la signorina Centanni, ovvero un vulcano fatto persona.

Ci proviamo sapendo in anticipo che per motivi di spazio dobbiamo limitarci all’essenziale. La Nostra vive intanto al primo dei tre piani di un’antica casa ristrutturata e non si sa quante volte al giorno salga e scenda le scale per andare a trovare i nipoti che abitano nello stesso stabile.

Mangia di tutto ma è misurata. Comincia la giornata con latte bianco e biscotti (che intende ora sostituire col pane) e con un caffé. Le piacciono tantissimo i dolci e tutto quello che è dolce, compresa la nutella. Beve solo acqua e coca-cola, ma anche un dito di vino, di quello buono e invecchiato che uno dei nipoti non le fa mancare.

Da qualche tempo ama bere alla fine del pranzo un dito di marsala in cui intinge un boccone di pane.

Mai una febbre, mai un mal di testa, mai varcata la soglia di un ospedale. Un piccolo cruccio però ce l’ha. Da qualche mese non riesce a sollevare come vorrebbe il braccio destro (dice che “è diventato vecchio”) fino ad afferrare quel che sta in alto su una mensola. Per quanto riguarda la vista non ha mai usato occhiali e continua a non usarli anche se da un anno in qua non vede perfettamente (“la vista scassiò quando sono entrata nei cent’anni”) come quando, abile sarta per donna, infilava con destrezza il filo nell’ago.

Ha poi una mente lucidissima e una memoria portentosa rivelandosi una fonte inesauribile di memorie cittadine. Le abbiamo chiesto di parlare dei ricordi del periodo bellico e quasi si è offesa quando, non avendo riflettuto sulle date, pensavamo che non potesse avere memoria della Grande Guerra. Invece ricordava tanto anche perché due suoi fratelli stavano al Fronte. Particolarmente impresso le è rimasto il ricordo del 4 novembre 1918 allorché, trovandosi con i genitori a raccogliere le olive nella campagna dietro al cimitero, udì suonare a stormo le campane di tutte le chiese di Bagheria che annunziavano la fine della guerra e la Vittoria.

Al nipote Ciccio ha poi ricordato che nel 1924, quando Bagheria contava novemila abitanti, fu negata al padre la licenza di conducente di taxi che gli venne poi accordata grazie all’interessamento del sindaco Di Pasquale.

Ha pure rievocato gli anni della fanciullezza all’istituto Trabia dove frequentò l’asilo e le prime tre classi elementari, l’epoca del cinema muto e il periodo nero dei morti ammazzati dalla mafia.

Simpaticissima la descrizione delle andate sul carretto a Fondachello per fare i bagni. A cominciare dal costume che copriva interamente le membra delle donne e continuando con la svestizione che avveniva all’interno dello spazio ricavato fra la cassa del carretto, posto obliquamente, e le stanghe sollevate alle cui estremità veniva fissato un telo-paravento che assicurava il pieno rispetto della privacy. Per il bagno poi, donne da una parte e uomini via, lontano, dall’altra.

Niente più televisione. Ricorda di aver tratto giovamento da alcune edificanti trasmissioni del passato, ma oggi non le interessa più. “Prima era meglio – dice – ora mi rifiuto di vederla”. Ascolta solo Radio Maria, “che è tutto il mio cuore, una trasmissione completa dove si parla di tutto”.

Dulcis in fundo, l’amore. Anna Buttitta, ci ha fatto prima un excursus antropologico-sociale sulle ragazze di un tempo, “modeste e occhi bassi”, all’opposto di quelle di oggi (“Questa parità non va, hanno troppa libertà, vanno sole con gli uomini alla Caravella e presto s’incuddurianu”). Ci ha parlato dei cosiddetti “matrimoni portati”, che lei però aborriva: “Sono una donna sincera, genuina, volevo accanto a me un uomo che mi capisse e sapesse coltivarmi. Non avrei sopportato un uomo imposto”.

È stata fidanzata ufficialmente solo due volte. “Del primo però ben presto mi accorsi ch’era privo di entusiasmo, che era unu ca pusava e non pusava, per cui un giorno gli dissi di andarsene perché non c’era volontà di Dio”.

Quegli purtroppo se la legò al dito. Quando Anna si fidanzò un’altra volta con un bravo ragazzo cui voleva bene, inviò “per vendetta” una lettera anonima ai genitori dello spasimante, i quali ebbero paura e convinsero il figlio a desistere. Anche quella volta, e poi, non ci fu volontà di Dio.



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