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Cinema > IL LATO OSCURO DEL CUORE UMANO
Inserito il 14 novembre 2007 alle 02:58:00 da Redazione. IT - Cinema

IL LATO OSCURO DEL CUORE UMANO

Il genocidio armeno nell’ultimo film dei fratelli Taviani e la storia del Nobel Pamuk

Parlare del genocidio armeno è ancora oggi un tabù. Ne sa qualcosa lo scrittore Orhan Pamuk che nel 2005 ebbe la sfacciataggine di dire, al giornale svizzero Tages-Anzeiger, una verità che i politici turchi non intendono ancora ammettere e che lo ha costretto lo scorso anno, subito dopo avere vinto il Nobel per la letteratura, a trasferirsi nottetempo negli Stati Uniti. «Un milione di armeni e 30.000 curdi sono stati uccisi su queste terre, ma quasi nessuno ne parla a parte me. Per questo i nazionalisti mi odiano».


La reazione non si è fatta attendere e Pamuk, che in precedenza aveva rifiutato il titolo di “artista di Stato” offerto dal governo turco, viene incriminato a seguito di quelle dichiarazioni. Il processo, che ha attirato l’attenzione della stampa internazionale, è iniziato nel dicembre 2005 ma è stato successivamente sospeso. Nonostante il grande successo riscosso in patria, buona parte dell’opinione pubblica turca si è schierata contro Pamuk. Inoltre, un sottoprefetto di Isparta, città turca di circa mezzo milione di abitanti, ha ordinato la distruzione dei suoi romanzi nelle librerie e biblioteche. Un vero e proprio episodio da Inquisizione: stavolta islamica. Le accuse successivamente sono state ritirate con la motivazione che il fatto non costituisce reato per il nuovo codice penale, ma la vita dello scrittore da quel giorno è cambiata. Alcuni giorni fa, sulle pagine del quotidiano «la Repubblica», lo scrittore è tornato sull’argomento affermando che è arrivata l’ora di togliere ogni censura sulla tragedia del popolo armeno se davvero la Turchia intende avere posto in Europa: «I cittadini del mio paese dovrebbero sentirsi liberi di parlare dello sterminio armeno, poiché quando manca la libertà di parola vuol dire che manca la dignità umana».

Qualche passo avanti di recente è stato fatto con il riconoscimento, da parte della Commissione Esteri del Senato americano, del genocidio avvenuto nel 1915 al riparo della, ben più pressante, prima guerra mondiale. Una buona occasione per i turchi dell’allora Impero ottomano, alleato con gli Imperi centrali, per fare un po’ di pulizia etnica. Una pagina triste della storia, come tante altre purtroppo, che comincia ad essere conosciuta solo da poco tempo. E a tal riguardo assume un interesse particolare l’ultimo film dei fratelli Taviani, uscito quest’anno nelle nostre sale cinematografiche, dal titolo La masseria delle allodole. Il film è tratto dal romanzo della scrittrice italo-armena Antonia Arslan che è riuscita ad intrecciare storia e poesia  trasformando i propri ricordi familiari  in memoria collettiva. Un film forte, toccante che, sebbene poco approfondito nella dimensione epica e forse appesantito dal taglio da fiction della narrazione, ha di certo il merito di colmare una lacuna su un importante fatto storico facendolo conoscere ad un pubblico più ampio. Un genocidio, per troppo tempo rimosso, che divenne una sorta di tremenda prova generale dell’Olocausto ebreo.

Il film narra la storia di una famiglia armena: gli Avakian. Siamo in una cittadina turca nel 1915. La prima guerra mondiale è già scoppiata e l’Italia, dove vive l’altro fratello Aviakan, inizialmente rimarrà neutrale. C’è un rapporto di reciproco rispetto tra le due comunità e nulla lascia presagire la tragedia imminente. È già pronto, però, un piano per creare la Grande Turchia in cui non ci sarà posto per i ricchi e traditori armeni. Così da un giorno all’altro e totalmente inaspettato, parte il massacro: gruppi di militari nazionalisti hanno l’ordine di uccidere tutti gli armeni maschi (di qualunque età) e di deportarne le donne e le bambine per poi massacrarle in luoghi lontani e isolati. La famiglia Avakian verrà smembrata e, dopo terribili vicende, solo alcuni piccoli sopravvissuti raggiungeranno i parenti italiani. È inquietante come vicini di casa e amici possano di colpo trasformarsi in carnefici e vittime innocenti, come ad un tratto la dignità umana, il rispetto possano sembrare valori lontanissimi, come la crudeltà, l’insensatezza possano prendere il sopravvento e la mano di un uomo possa colpire anche il bene più prezioso per lui: la donna amata.

Una storia che assume un valore metaforico mettendo a nudo il lato oscuro della natura umana. È l’uccisione dell’amore, dell’amicizia, del rispetto per l’altro: il male, che come il bene abita il cuore dell’uomo, offusca la ragione, domina e vince. Ai Taviani va di sicuro il merito di dare vita a questo ricordo doloroso, quasi ai limiti della rimozione collettiva. Le immagini diventano al contempo prezioso documento e fonte di riflessione sui tutti i crimini dell’umanità. Fare i conti con il proprio passato è necessario; dà la misura della maturità di un popolo, coscienza del presente, direzione per il futuro, in una parola: dà speranza. È un film da vedere. A Pamuk sarà piaciuto.

 

(di Maria Luisa Florio)



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